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Nel bene o nel male c’è… l’autostima

Considerazioni evolutive e componenti dell’autostima

L’autostima, essendo uno stile di risposta appreso nel tempo, viene considerata uno stile di risposta stabile come altri comportamenti appresi e divenuti abituali, che predirà, in una certa misura, i comportamenti futuri, ma soprattutto i sentimenti futuri di successo e insuccesso.

È facile quindi che ci sia una generalizzazione in negativo o in positivo (ad esempio: “Sono bravo a fare tutto” e “Non sono capace a fare niente”). Solo con l’apprendimento di risposte diverse e con esperienze che contraddicono le proprie convinzioni si può quindi modificare.

Il concetto di sé evolve con l’età, nel senso che si sviluppa e si differenzia con l’aumentare delle esperienze, con le interazioni, con i successi e i fallimenti. Con il susseguirsi di queste esperienze di apprendimento i bambini avvicinandosi all’adolescenza, cominciano a sviluppare una autostima sempre più differenziata, specifica per ogni ambito.

L’autostima familiare si differenzia per prima rispetto all’autostima generale. Il bambino vive tra adulti che si prendono cura di lui, lo educano, lo proteggono. I comportamenti e gli atteggiamenti, i messaggi e le informazioni che il bambino riceve dai genitori, e poi da nonni, zii, ecc…, cioè dalle interazioni sociali più rilevanti,  hanno un ruolo determinante.

Il bambino introietta ed elabora quello che il mondo gli comunica su se stesso, interiorizzano le opinioni che gli adulti hanno nei loro confronti e cominciano a considerarle realtà indiscutibili.

Questo vuol dire che tutti gli adulti significativi, in primo luogo i genitori, ma anche i familiari, gli insegnanti (il cui ruolo ha sempre un aspetto di tipo genitoriale) assolvono una funzione di specchio sociale e rimandano dati che il soggetto introietta ed elabora. Frasi come “Non sei buono a niente”, “Non ti interessa proprio niente”, “Non porti mai a termine niente” vengono considerate dal bambino tanto più importanti e veritiere quanto più gli provengono da persone per lui significative, che costituiscono i suoi punti di riferimento per tutte le altre informazioni; questi messaggi vengono conservati poi per il resto della vita influenzando tutte le nostre esperienze.

Il processo che Erikson definisce “fiducia di base” può essere sintetizzato nella frase “Io sono ciò che ricevo”.

Il bambino quando è accettato e compreso dagli adulti che si occupano di lui, sviluppa un senso di adeguatezza che tende ad essere generalizzato alle altre situazioni che si presentano nel corso dello sviluppo.

L’immagine che ognuno ha di sé è un mosaico che lentamente prende forma in base alle risposte che riceviamo dagli altri. La consapevolezza e la valutazione che ognuno ha su se stesso è determinata dal modo in cui gli altri ci giudicano (o pensiamo che ci giudicano).

Quindi l’accettazione, il rispetto e l’attribuzione di valore che gli altri significativi (mamma, papà, nonni, amici …) manifestano al soggetto sono la base essenziale di quella fiducia in sé stessi che è la forza di ogni individuo. Un bambino si vuole bene e rispetta se stesso solo quando i genitori lo fanno sentire amato e lo rispettano, al contrario quando sono freddi e trascuranti il bambino crede di non essere degno d’amore e di valere poco. Il concetto si può esprimere in questi termini:

“Se tu che sai molte più cose di me mi tratti con attenzione e rispetto e pensi che io valga, questo vuol dire per forza che ho valore”.

I bambini possono sviluppare una bassa autostima e convincersi che la vita gli riserva insoddisfazioni, anche solo per il fatto di essere “etichettati” o appellati con termini critici e offensivi: “Sei il solito fannullone”, “Non ne fai una giusta”, ecc…

Questi messaggi ripetuti nel tempo diventano una aspettativa regolare e portano ad una vita faticosa senza soddisfazioni, oppure alla rassegnazione e alla rabbia.

Le Relazioni Interpersonali sono molto importanti per lo sviluppo dell’autostima, questa infatti è influenzata dalle reazioni delle altre persone, dal grado in cui tali contatti avvengono in modo positivo e dalla capacità di raggiungere obiettivi grazie a interazioni sociali riuscite. Rendersi conto di essere simpatici, di avere un bel gruppo di amici che tiene a noi, di poter contare su di loro nei momenti di bisogno, ci rende sicuramente molto soddisfatti di noi stessi.

Un’altra componente dell’autostima è la competenza di controllo sull’ambiente, cioè la capacità di influire sul proprio ambiente, la capacità di risolvere problemi, di raggiungere obiettivi, di determinare situazioni desiderate e di funzionare efficacemente nel proprio ambiente.

Il successo scolastico è una delle componenti più importanti: fin da bambini si trascorre  moltissimo tempo della giornata in attività connesse alla scuola; nel contesto scolastico, dalla scuola materna alle superiori, ognuno di noi valuta i suoi successi reali e le sue esperienze in tutte le situazioni connesse alla scuola. Benché l’autostima scolastica non coincida con la capacità scolastica, essa viene comunque sviluppata attraverso i propri successi e fallimenti negli ambienti e nelle attività scolastiche. Viene manifestata con affermazioni e giudizi ed è altamente predittiva della performance scolastica futura.  Allo stesso modo in cui le concrete abilità scolastiche sono un’indicazione di ciò che una persona può fare in ambito scolastico, l’autostima scolastica è una valutazione personale di come uno studente vede e vive la sua riuscita in ambito scolastico, e conduce anche a una predizione di come è verosimile che riesca a scuola in futuro. Ai fini pratici il concetto di sé scolastico incide per il 25% sulla variazione nel rendimento scolastico dopo il periodo della scuola elementare (Bloom, 1976).

L’emotività è un altro aspetto dell’autostima: le reazioni emotive si diversificano a seconda dei comportamenti e possono essere rinforzate o punite da chi ci circonda. “Non piangere come una femminuccia” può essere un esempio di messaggio che fa capire ad un bambino che non deve piangere, perché piangono solo le femminucce. C’è quindi una sorta di inibizione dell’emozione per cui se in qualsiasi altro momento il bambino dovesse sentire il bisogno di piangere, è possibile che viva un senso di disagio, che abbia la sensazione di essere un debole, una “femminuccia”, per cui si ha un’influenza negativa sull’autostima. Allo stesso modo reazioni emotive troppo esagerate (scatti di ira e aggressività soprattutto) lasciano nel bambino un vissuto di perdita del controllo che può minare il senso di stima di sé. Man mano che gli schemi di reazione emotiva si sviluppano e diventano più stabili con l’età, i ragazzi riescono a riconoscere, valutare, descrivere e controllare le proprie reazioni emotive; di conseguenza si accresce il senso di fiducia nelle proprie capacità.

Anche il vissuto corporeo, la bellezza e le attrattive, la bravura fisica, l’abbigliamento, l’altezza, il peso e la salute influiscono sullo sviluppo dell’autostima. Sono attributi corporei ai quali tutti prestano attenzione. Le reazioni altrui, così come i confronti che il bambino, e poi il ragazzo, istituisce tra le sue caratteristiche fisiche e quelle degli altri, contribuiscono alla sua autostima corporea.

Tutte e sei le dimensioni dell’autostima sono differenziate già all’età di 8 o 9 anni, ma ci possono essere variazioni tra i vari ambiti che aumentano apprezzabilmente dopo i 13 anni. Dopo questa età solo esperienze molto forti possono far cambiare tendenza allo sviluppo dell’autostima.

Tutte queste dimensioni dell’autostima sono approssimativamente di uguale importanza rispetto alla formazione dell’autostima globale, anche se bisogna notare che alcune dimensioni possono avere livelli diversi di importanza a seconda della persona.

Soprattutto risulta molto forte l’influenza della dimensione che abbiamo chiamato familiare. Anche quando cresciamo e gli adulti significativi nella nostra infanzia (genitori, nonni, insegnanti, ecc…) non sono più realmente vicini a noi, continuano a trasmetterci i loro pareri, i loro giudizi, attraverso il nostro dialogo interno, che sentiamo come fosse la nostra voce che ci ripete esattamente quello che ci sentivamo dire molti e molti anni prima. Attraverso questo processo da adulti trattiamo noi stessi, i nostri sentimenti come ci hanno trattati da piccoli e ci prendiamo cura di noi stessi e ci vogliamo bene tanto quanto gli altri si sono presi cura di noi e ci hanno voluto bene.

Spunti di riflessione

  • Hai mai riflettuto sul tipo di dialogo interno con cui parli a te stesso? Ti ricorda frasi che ti sei sentito ripetere in passato?
  • Sei comprensivo con te stesso o sei molto severo?
  • Quante volte ricorre la parola “Devo” all’interno del tuo dialogo interno?
  • Se qualcosa va male, o se non va secondo i tuoi piani, a chi ne attribuisci la colpa: a te stesso, agli eventi  o agli imprevisti, agli altri?
  1. Se il nostro dialogo interno è troppo giudicante, autodenigratorio e richiedente (“Devo essere perfetto”, “Non devo mai sbagliare”, “Sono il solito sbadato”, “Non capisco niente”, ecc…) i sentimenti che proviamo nei nostri confronti sono immancabilmente negativi, di insoddisfazione e di pessimismo: richiedere a se stessi la perfezione o considerarsi una nullità sono ai due estremi di un continuum, ma hanno la stessa conseguenza, cioè quella di farci sentire inadeguati, sempre sotto pressione, sempre alla ricerca di prove. Permettere a se stessi di sbagliare, di avere bisogno di collaborazione per riuscire al meglio è indice di un atteggiamento nei propri confronti di accettazione e comprensione e di stima profonda.